Valeriano

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Valeriano
Effige di Valeriano su di un sesterzio
Effige di Valeriano su di un sesterzio

Regno settembre 253 - 260 (con Gallieno)
Predecessore Emiliano
Successore Gallieno
Nome completo Publius Licinius Valerianus
Altri titoli Germanicus maximus[1]
Nascita 200 circa
Morte Jundishapur, dopo 260
Consorte Egnazia Mariniana
Figli Gallieno
Valeriano il giovane

Publio Licinio Valeriano (latino: Publius Licinius Valerianus; 200 circa – Jundishapur, dopo il 260) è stato un imperatore romano. Regnò dal 253 al 260.

Dopo la sua ascesa al trono associò suo figlio Gallieno al potere. Il suo governo fu caratterizzato dai continui tentativi di sconfinamento di popoli alle frontiere danubiane e renane, ma anche in Numidia e sul confine partico la situazione era tutt'altro che tranquilla. Proprio mentre stava conducendo operazioni militari contro i Persiani Sasanidi nel confine orientale dell'Impero Romano, fu fatto prigioniero in uno scontro a Edessa nel 260 dal re persiano Sapore I e morì ancora in cattività qualche tempo dopo.

Il regno di Valeriano, e in particolare la sua seconda parte, è descritto da pochissime fonti, per di più frammentarie; la cronologia si basa sulla sua data di morte, tradizionalmente assunta essere il 260, ma talvolta fatta anticipare fino al 258.

Indice

Biografia

Origini familiari

Valeriano apparteneva ad una famiglia dell'aristocrazia senatoriale italiana; era sposato probabilmente con Mariniana e aveva un figlio, Gallieno. Secondo la spesso inaffidabile Historia Augusta, nel 238, in quanto princeps senatus, negoziò il riconoscimento da parte del Senato di Gordiano I.[2]

Carriera

Sempre la Historia Augusta racconta come, nel 251, l'imperatore Decio volle ripristinare la carica di censore conferendole i poteri civili dell'imperatore, e chiese al Senato di proporre un suo membro per la carica; i senatori scelsero all'unanimità Valeriano, cui Decio offrì la censura, ottenendo un rispettoso rifiuto.[3] La questione dell'attendibilità di questo racconto è dibattuta, ma pare certo che Valeriano abbia ricoperto importanti funzioni amministrative sotto Decio.[4] Considerando che quando Decio partì per l'infausta campagna contro i Goti portò con sé il figlio maggiore Erennio Etrusco e lasciò a Roma la moglie e il figlio minore e l'adolescente Ostiliano, si può ragionevolmente ritenere che Valeriano, dall'alto della sua funzione, agì da reggente fino alla morte di Decio ed Erennio e all'ascesa al trono di Treboniano Gallo. Durante la campagna gotica di Decio, a Roma si ribellò Giulio Valente Liciniano, ma Valeriano soffocò rapidamente questa usurpazione.[5]

Fu Treboniano Gallo a nominare Valeriano governatore della Rezia, o quantomeno comandante delle truppe lì stanziate.

Ascesa al trono (253)

Lo stesso Treboniano Gallo chiese poi aiuto a Valeriano nel 253, quando Emiliano, proclamato imperatore dalle truppe danubiane, marciò contro l'Italia. Valeriano marciò verso sud dalla Rezia, portando con sé le truppe renane, ma non fece in tempo a salvare Gallo, sconfitto da Emiliano e ucciso dai propri uomini; le truppe di Valeriano, però, rifiutarono di riconoscere il vincitore e acclamarono il proprio generale imperatore.

Nel tardo luglio/metà settembre 253, gli eserciti di Valeriano ed Emiliano si scontrarono, ma i soldati di Emiliano decisero di abbandonarlo e lo uccisero vicino Spoleto o presso un ponte, detto dei Sanguinarii, tra Oricolum e Narnia.

Regno (253-260)

Aureo di Valeriano, celebrante la Felicitas dell'impero; al retro, la legenda FELICITAS AVGG si riferisce ai due augusti, Valeriano e suo figlio Gallieno.

Il Senato romano fu, presumibilmente, molto contento di ratificare la nomina di un elemento della propria classe e nominò contestualmente il figlio Publio Licinio Egnazio Gallieno cesare; quando Valeriano giunse a Roma, decise di innalzare il figlio al rango di co-augusto.[6] Nell'Impero romano all'epoca della crisi del III secolo, la pratica di associare un figlio al trono non era ignota, ma nei casi precedenti – Massimino Trace e Massimo, Filippo l'Arabo e Severo Filippo, Decio ed Erennio Etrusco, Treboniano Gallo e Volusiano (con l'eccezione, tuttavia, di Gordiano I e Gordiano II) – il cesare o co-augusto associato al trono era sempre stato più giovane dell'imperatore principale, e di solito incapace di reggere il potere da solo; nel caso di Valeriano e Gallieno, invece, oltre a vantaggi dinastici, l'associazione del figlio adulto al trono del padre permise di avere due imperatori perfettamente capaci di governare, dando così all'agire imperiale doppio vigore. E Valeriano e Gallieno dimostrarono subito di avere intenzione di agire: invece di tergiversare governando da Roma i due si spartirono l'amministrazione dell'Impero e partirono appena possibile per le rispettive destinazioni, Gallieno in Occidente e Valeriano in Oriente.

Tra i suoi atti vi fu la divinizzazione della moglie Mariniana e l'istituzione della rotazione annuale alla carica di praefectus urbi.

Campagne militari

Invasioni di Goti, Borani, Carpi e Sasanidi del 253-256 durante il regno di Valeriano e Gallieno.

Nel 253, mentre l'Impero romano assisteva alla successione cruenta di tre imperatori, il re sasanide Sapore I attaccò il Regno di Armenia, stato cuscinetto tra i due imperi rivali, uccidendo re Cosroe I e allontanando suo figlio Tiridate. Dopo aver occupato l'Armenia, Sapore attaccò le province romane orientali, giungendo probabilmente ad occupare Antiochia.[6]

Lasciata la cura della parte occidentale dell'impero, minacciata dalle popolazioni germaniche, al figlio Gallieno, col quale divise le truppe dell'esercito,[7] Valeriano si mosse da Roma all'inizio del 254, dirigendosi verso la frontiera orientale. La parte orientale dell'Impero romano era interessata dall'usurpazione di Uranio Antonino, proclamatosi imperatore in opposizione al pericolo costituito dai Sasanidi e nel vuoto di potere dovuto alla guerre tra gli imperatori che si succedettero in quel periodo. Quando Sapore I aveva attaccato le province orientali romane, Uranio si sarebbe proclamato imperatore: la latitanza del potere centrale imponeva alle personalità locali di provvedere alla difesa del territorio mediante la raccolta di forze autoctone, e l'autorità di un imperatore, sia pure locale, avrebbe facilitato questa opera. Con l'approssimarsi di Valeriano e del suo esercito, Uranio avrebbe ridotto le proprie pretese, forse a seguito di un compromesso con l'imperatore.[8] Nel 257 Valeriano era stato in grado di riconquistare Antiochia.[9]

Moneta di Uranio Antonino, la cui usurpazione in Oriente, iniziata come reazione alle invasioni dei Sasanidi, terminò con l'arrivo di Valeriano.

Un ulteriore problema per Valeriano fu costituito dai Goti del mar Nero, una stirpe differente dai Goti del Danubio che avevano sconfitto e ucciso gli imperatori Decio ed Erennio Etrusco nel 251 alla battaglia di Abrittus. I Goti del mar Nero avevano attaccato le colonie greco-romane della Crimea non dopo il 250; successivamente effettuarono tre ondate di attacchi: quella del 253/254 sulla costa orientale del mar Nero e quella del 254/255 sulle coste settentrionali dell'Asia Minore, entrambe ad opera dei Borani, e quella del 256. L'ultima incursione fu quella più rovinosa: i Goti navigarono lungo la costa orientale del mar Nero, entrando attraverso il Bosforo nel mar di Marmara e saccheggiando molte città, tra cui Calcedonia e Nicomedia. La reazione di Valeriano, impegnato alla frontiera orientale, fu quella di inviare alcune truppe a difesa di Bisanzio.

Politica religiosa

Stefano e Lorenzo davanti a Valeriano, Beato Angelico, 1447-1450 (Pinacoteca Vaticana)

Valeriano emanò due editti, nel 257 e nel 258, che prevedevano la confisca dei terreni religiosi e la condanna dei seguaci del Cristianesimo; a differenza dei suoi predecessori diresse il proprio attacco alla gerarchia ecclesiastica piuttosto che ai semplici fedeli. Tra le vittime di questa persecuzione vi furono infatti papa Stefano I, papa Sisto II, il vescovo di Cartagine Cipriano di Cartagine, Dionisio di Alessandria, san Lorenzo martire. A questi l'agiografia cristiana aggiunge martirii dubbi o impossibili, come quelli di papa Lucio I, Novaziano, Rufina e Seconda, Gervasio e Protasio, Colomba di Sens, Rustico, Mercurio di Cesarea

Ironicamente, la persecuzione voluta da Valeriano ha avuto un esito negativo anche sulla storiografia del suo regno; tra le vittime vi fu anche Cipriano, vescovo di Cartagine, il quale fu prima esiliato e poi, al suo ritorno, messo a morte (settembre 258); proprio la fine della sua corrispondenza fa mancare una importante fonte storica di quel periodo.[10]

Caduta

Cameo raffigurante re Sapore I che afferra per il braccio l'imperatore Valeriano, a segnalare la cattura e sottomissione del sovrano romano[11] (Cabinet des Médailles, Parigi).

L'incursione dei Goti del 257 aveva costretto Valeriano ad impegnare parte delle proprie forze a difesa di Bisanzio e a spostare l'esercito in Cappadocia, per controllare sia la frontiera con i Sasanidi che l'Asia Minore: il suo allontanamento fu sfruttato dal re sasanide Sapore I, che conquistò Doura Europos e Circesio. Valeriano dovette allora tornare in Oriente e impegnare le forze sasanidi, ottenendo probabilmente una vittoria nei pressi di Circesium.

La prolungata campagna in Oriente, le incursioni dei Goti e una epidemia che colpì l'esercito misero a dura prova le forze di Valeriano, il quale, per la difesa delle province orientali, fece sempre più affidamento su di un alto funzionario di Palmira, Settimio Odenato.

Nel 260, infine, Sapore attaccò per la terza volta durante il regno di Valeriano: l'esercito sasanide mise sotto assedio le città di Carre e Nisibis, obbligando Valeriano a rispondere portando le proprie forze contro il nemico, impegnandolo nella battaglia di Edessa. Ciò che accadde successivamente non è chiaro: pare che Valeriano abbia incontrato personalmente Sapore per negoziare una pace di persona, quando i Sasanidi lo catturarono assieme al suo stato maggiore.

Morte

Rilievo sasanide a Bishapur raffigurante Sapore I con Gordiano III (a terra calpestato dal cavallo), Valeriano (dietro Sapore, che lo afferra per le mani, prigioniero) e Filippo l'Arabo (in ginocchio davanti Sapore, che tratta la resa).[12]
Rilievo sasanide a Naqsh-e Rustam raffigurante Sapore I che tiene prigioniero Valeriano e riceve l'omaggio di Filippo l'Arabo, inginocchiato davanti al sovrano sasanide.

La sorte successiva di Valeriano non è nota con certezza.

Lo scrittore cristiano del IV secolo Lattanzio scrisse un'opera intitolata De mortibus persecutorum ("La morte dei persecutori"), in cui mostrava come i persecutori del Cristianesimo fossero stati poi puniti con destini infamanti;[13] riguardo a Valeriano, racconta che Sapore lo tenne con sé utilizzandolo come sgabello per montare a cavallo e che poi lo fece uccidere e scuoiare, riempiendo la sua pelle, tinta di rosso, con della paglia e affiggendolo in un tempio come trofeo.[14]

Il racconto tramandato dalle fonti sasanidi vuole invece che Sapore abbia inviato Valeriano e alcuni suoi soldati a vivere a Bishapur, mentre il resto dei prigionieri romani avrebbero costruito un esempio dell'ingegneria romana, Band-e Kaisar, "la diga di Cesare", nei pressi di Susa.[15]

Sapore usò ampiamente la cattura di Valeriano per fini propagandistici. A Naqsh-e Rustam un altorilievo raffigura Sapore a cavallo che tiene per le mani, prigioniero, Valeriano, mentre Filippo l'Arabo si inchina al sovrano sasanide prostrando in avanti le mani in offerta di sottomissione; a Bishapur, invece, l'iconografia rappresenta Sapore in piedi su Gordiano III morto, mentre tiene dietro di sé Valeriano prigioniero e riceve l'omaggio di Filippo. Al Cabinet des Médailles di Parigi è conservato un cameo raffigurante Sapore e Valeriano che si scontrano a cavallo: Sapore, con la mano sull'elsa della spada ancora nel fodero cattura, stringendolo per la mano, Valeriano, che sta brandendo una spada sguainata.

Note

  1. ^ Lendering, Jona, "Valerian", livius.org.
  2. ^ Historia Augusta - I tre Gordiani, ix.7.
  3. ^ Historia Augusta - Valeriano, v.4-vi.9.
  4. ^ Pohlsander, Hans, "The Religious Policy of Decius", in Temporini, Hildegard, e Wolfgang Haase, Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, Walter de Gruyter, ISBN 3110082896, p. 1830.
  5. ^ Sesto Aurelio Vittore, Epitome de Caesaribus, 29.5; Liber de Caesaribus, 29.3; Historia Augusta, Tyranni triginta.
  6. ^ a b Southern, p. 78.
  7. ^ Southern, p. 84. Nel 253 Valeriano ricostituì la Legio III Augusta, Iterum Pia Iterum Vindex, per combattere contro i Berberi una guerra terminata solo nel 260.
  8. ^ Malkin, I. e Z.W. Rubinsohn, Leaders and Masses in the Roman World, Brill Academic Publishers, 1994, ISBN 9004095713, pp. 134-135.
  9. ^ Weigel.
  10. ^ Southern, p. 79.
  11. ^ Southern, p. 237.
  12. ^ Southern, p. 240.
  13. ^ Meijer, Fik, Emperors don't die in bed, Routledge, 2004, ISBN 0-415-31202-7, p. 95.
  14. ^ Lattanzio.
  15. ^ Zarinkoob, Abdolhossein, Ruzgaran: tarikh-i Iran az aghz ta saqut saltnat Pahlvi, Sukhan, 1999, ISBN 964-6961-11-8, p. 195.

Bibliografia

Fonti primarie
Fonti secondarie

Altri progetti

Voci correlate

Predecessore
Emiliano
Imperatore romano
253 - 260
con Gallieno
Successore
Gallieno
Predecessore
Imperatore Cesare Gaio Vibio Volusiano Augusto II,
Valerio Massimo
Console romano
254
con Imperatore Cesare Publio Licinio Egnazio Gallieno Augusto
Successore
Imperatore Cesare Publio Licinio Valeriano Augusto III,
Imperatore Cesare Publio Licinio Egnazio Gallieno Augusto II
Predecessore
Imperatore Cesare Publio Licinio Valeriano Augusto II,
Imperatore Cesare Publio Licinio Egnazio Gallieno Augusto
Console romano
255
con Imperatore Cesare Publio Licinio Egnazio Gallieno Augusto II
Successore
Lucio Valerio Massimo II,
Marco Acilio Glabrione
Predecessore
Lucio Valerio Massimo II,
Marco Acilio Glabrione
Console romano
257
con Imperatore Cesare Publio Licinio Egnazio Gallieno Augusto III
Successore
Marco Nummio Tusco,
Mummio Basso


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